Insegno ormai da ventiquattro anni ed è una delle esperienze più belle che mi siano successe nella vita. Ogni giorno ripeto meccanicamente la stessa sequenza di azioni che mi conducono ad essere in classe, a salutare i miei alunni, a organizzare la giornata scolastica al meglio delle mie possibilità ed energie. Uno degli aspetti più belli del mio lavoro è che non esiste una giornata uguale alla precedente: ogni giorno si imparano nuove cose, ci si mette alla prova, si resta soddisfatti per qualche ragione oppure insoddisfatti, si calibra un intervento educativo mettendosi in discussione, ci si mette nei panni degli studenti per presentare e spiegare nella maniera più adeguata un argomento. Raramente, nel mio caso, si interviene per punire, più frequentemente si interviene per premiare un comportamento positivo. Considero i miei alunni come se fossero figli miei, li tratto senza distinzioni e sento che loro avvertono l’empatia di cui sono capace. Ora, di punto in bianco, il 5 marzo scorso ho scoperto, con inspiegabile sgomento, di non poter ritornare a scuola a compiere il mio dovere. Immaginate di essere persone estremamente abitudinarie, di compiere lo stesso tragitto anche stradale, con le stesse procedure per tantissimo tempo, di essere sempre presenti ad un dovere (piacevole) e scoprire ad un tratto che non è più possibile svolgerlo nello stesso modo. Inizialmente, e sfido chiunque ad affermare il contrario, tutti noi docenti abbiamo provato un senso di precarietà, di spaesamento, di abbandono. Occorreva però affrontare la nuova situazione e il nuovo scenario che si originava dalle macerie di un’istituzione che, a causa della promiscuità e dell’impossibilità di far rispettare le distanze di sicurezza previste, poteva essere eccellente luogo e veicolo di contagio. La nuova didattica, definita Didattica a Distanza (DAD), per un primo periodo non è stata resa obbligatoria anche se io, forte di una buona padronanza nell’uso dei mezzi tecnologici grazie ai blog che gestisco, a diversi corsi di formazione e ad una certa caparbietà caratteriale, ho ritenuto di attuarla immediatamente. Ho compreso che occorreva rimboccarsi le maniche e trovare il modo di arrivare ai miei alunni per stabilire nuovamente un contatto, una connessione. La prima emergenza è stata infatti quella comunicativa: farsi vedere, di qui la necessità di presentarsi sempre in ordine, vestita, truccata, farsi ascoltare, spiegare a viva voce, fornire istruzioni didattiche, sostenere e motivare a distanza i miei studenti. Ho tre classi, una prima, una seconda e una terza classe di scuola secondaria di primo grado, in cui insegno italiano. Immediatamente dunque, rispettando il mio orario di servizio e la successione giornaliera delle discipline che insegno (grammatica, antologia, epica, letteratura, latino), ho fissato il nuovo orario che avrei rispettato. Ho eliminato solo la prima ora e la sesta perché il buon senso mi suggeriva di fare in questo modo. La decisione in effetti era quella giusta perché in seguito è stata confermata dalla mia dirigente durante il primo Collegio dei Docenti che abbiamo tenuto in videoconferenza su Zoom. La scuola in cui insegno non aveva attivato la Google Suite, una piattaforma di applicativi Google con cui creare classi virtuali, effettuare videolezioni in sincrono con gli alunni e tanto altro. Così ciascun docente si è attivato a suo modo, secondo il proprio spirito di iniziativa, le proprie competenze tecnologiche, il proprio intuito. La classe docente come tutte le categorie è variegata, però ciascuno, a suo modo, ha cercato di stabilire un contatto con i suoi alunni, con Whatsapp, Skype, Telegram, Google Suite, diffondendo il proprio numero di telefono e rinunciando spesso alla propria privacy. Posso dire che è stato bellissimo rivedere i miei alunni e sono certa che anche loro abbiano apprezzato lo sforzo di noi insegnanti. Ho creato o fatto creare diverse chat di Whatsapp per ristabilire la connessione con i miei alunni, il problema da risolvere però era quello di organizzare delle videolezioni. Dapprima ho utilizzato Google Hangouts che sembrava uno strumento valido, bastava che i ragazzi lo installassero sui loro telefonini o computer e che accedessero tramite un codice che io avevo generato e che inviavo loro su Whatsapp. Dopo le prime due lezioni però, quando cominciavano ad affacciarsi tutti i miei alunni, ho scoperto che la linea supportava solo una decina di alunni. Successivamente dunque ho preferito usare Skype con cui mi sto trovando benissimo. I tempi della DAD sono più stretti rispetto alla lezione classica, per cui si selezionano ulteriormente i contenuti significativi e si propongono compiti di realtà mirati per permettere il raggiungimento di determinate competenze. È stato dunque ripensato tutto il nostro modo di fare didattica. Dalla classe tradizionale con cattedra sulla pedana, lavagna d’ardesia, carte geografiche appese, si è passati alla classe aumentata con l’introduzione di Lim, portatili, tablet, registri elettronici, ebook per giungere alla classe liquida, esplosa, provvisoria, di questa lunga quarantena, secondo la definizione di Bauman applicata alla società contemporanea. Certo è che il lavoro sommerso è aumentato ulteriormente, perché occorre ancora più tempo per preparare lezioni, caricare allegati, materiali, registrazioni audio, link da visionare, correggere i compiti che i ragazzi ci inviano a tutte le ore del giorno e della notte. Molte famiglie si sono trovate in difficoltà perchè non tutti possono usufruire di computer e di giga per le connessioni. A questo proposito, la scuola ha fornito computer in comodato d’uso e perfino giga nei casi di difficoltà, inoltre ha attivato la Google Suite di cui, a breve, scopriremo tutte le potenzialità. Un’ulteriore conferma però l’ho avuta: i ragazzi responsabili e propositivi lo sono anche in tempo di DAD e quelli più sfaticati e meno volenterosi lo sono ancor di più. #andràtuttobene

 

[Immagine tratta da “La classe agile/Vademecum Argo alla didattica a distanza” di Carmelo Ialacqua]